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BONSAI D’AVANGUARDIA, PINO MUGO MODELLATO NELLO STILE FUKINAGASHI-BUNJIN

BONSAI D’AVANGUARDIA, PINO MUGO MODELLATO NELLO STILE FUKINAGASHI-BUNJIN
A cura di Armando e Haina Dal Col

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Quando vidi questo vecchio pino mugo “adagiato” sulla nuda roccia pensai subito che sarebbe stato bello vederlo in un vaso bonsai. Il tronco sembrava essersi suddiviso in più tronchi esili e sinuosi, ed è per questo che lo immaginai subito proiettato verso lo stile ventoso.La raccolta avvenne con non poche difficoltà e le poche radici salvate avrebbero dovuto alimentare tutti i tronchi ramificati. Infatti, a distanza di tre anni purtroppo alcune radici primarie perirono, e fu grazie a degli ormoni iniettati alla base del tronco che se ne formavano delle nuove simili a dei grossi spaghetti.
Ed ora una breve descrizione di come dovrebbe essere questo stile: il Bonsai nello stile ventoso o “Fukinagashi” è senza dubbio una delle più drammatiche rappresentazioni della natura, è l’evocazione d’ambienti difficili dove regnano costanti i forti venti tipici delle coste scoscese e in alta quota, dove i tronchi degli alberi assumono forme arcuate, e così sono evidenti dei rami spezzati e parti denudate del tronco.
Ciò che caratterizza questo pino mugo è la sua leggerezza in cui si muove sinuoso come sulle ali di una farfalla. Da qui anche un riferimento allo stile Bunjin. Infatti ciò che lo caratterizza, è l’estrema essenzialità delle branche con il suo tronco multiplo, lungo e sottile che si muove sinuoso e con l’aspetto di un albero vissuto dov’è ben visibile l’annosità della corteccia dei rami in tutta la sua estensione. Le conifere sono sicuramente le più adatte per lo stile Bunjin (Literati), ma ciò non toglie che si possa rappresentarlo anche con altre specie.
Il Literati è uno stile molto raffinato in cui si può “captare” la tecnica, ma non la sua totale padronanza come potrebbe avvenire per gli altri stili, poiché non esistono regole ben precise. Il Bunjin esprime la sensibilità del suo creatore, ci si può appropriare della tecnica, un po’ meno dell’arte…
Ma questo pino mugo per essere valorizzato in tutta la sua bellezza grazie all’abile interpretazione da me eseguita, avrà la necessità di essere rinvasato in un contenitore adatto. Malgrado i diversi vasi che ho a disposizione al momento non ne ho uno adatto, ed è per questo che mi misi all’opera per costruirne uno. Inizialmente, pensai di utilizzare dei rami tortuosi trascinati dalle acque dei torrenti di montagna che avevo raccolto, e questa idea mi piacque.
La primavera avanzata è un bel periodo per cercare dei rami contorti privati dalla corteccia lungo i margini dei torrenti di montagna. Le acque impetuose trascinano a valle piante e rami sradicati e, trovandosi per lunghi periodi nelle gelide acque assumono una consistenza molto dura dall’aspetto osseo. Ed è così che alcuni di questi rami li ho utilizzati per creare un contenitore ramificato fuori dal comune. Desideroso di realizzarlo mi misi al lavoro, ma a mano a mano che l’opera si realizzava, ben presto mi resi conto che il contenitore sarebbe stato troppo grande e pesante, quindi inadatto ad ospitare questa pianta. Merita comunque vederlo realizzato, in quanto lo utilizzerò per un’altra pianta adatta. Ma ora passiamo alle immagini della lavorazione del pino mugo. Buona visione!

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Rinvasato la foresta di Larici dopo 40 anni dalla prima impostazione.

Rinvasato la foresta di Larici dopo 40 anni dalla prima impostazione.
Testo e foto di Armando Dal Col

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Il larice è un albero che in condizioni favorevoli può raggiungere i 35/50 metri di altezza ed è molto longevo. La sua caratteristica forma conica e la sua magica veste primaverile verde-mela, e dorata in autunno lo rende immediatamente riconoscibile anche da lontano.
Ho sempre avuto un debole per il larice ed è sicuramente la conifera che amo di più. La veste che il larice assume nel lento fluire delle stagioni mi procura una sensazione piacevole, la stessa sensazione che mi può procurare la ricca fioritura di un Prunus o le foglie sfumate dell’acero.
Nella sequenza delle numerose immagini precedute dalle foto degli anni precedenti, in cui è visibile la crescita degli alberi e la trasformazione dello stile nel lento invecchiamento delle piante, i lettori assisteranno a una lezione quasi dal vero del lavoro svolto, principalmente da Haina. Nella nuova pietra sono state aggiunte tre nuove piante per rendere più armoniosa la foresta, ed è così che la potremo ammirare fino alla ripresa vegetativa del 2015, seguendola con alcune immagini finali fatte nel mese di agosto del 2016.
Enjoy!
Foto 1, Ottobre 1975, si inizia la fase della creazione della forestina di larici in una lastra di pietra, scegliendo alcune piante fatte da seme nate nel 1960, più altre diverse per altezza ed età fra quelle coltivate singolarmente in cassette di polistirolo.
Foto 2, durante le mie escursioni in montagna avevo raccolto qualche piantina di larice ormai morta e priva di corteccia, mettendo a nudo la scheletricità del tronco dovuta all’azione del vento e della neve. Alcuni di questi “alberetti” verranno in seguito utilizzati e inseriti nella foresta, simulando così un aspetto più vecchio, naturale e selvaggio.
Foto 3, creazione del perimetro della pietra con un cordone di terriccio umifero e argilloso, il quale avrà il compito di trattenere l’acqua ostacolando il dilavamento del terreno al completamento della forestina.
Foto 4, Aprile 1980. Alcune piante viste all’inizio non erano state utilizzate, in quanto erano ritenute troppo ingombranti, infatti saranno utilizzate singolarmente nel percorso Bonsai.
Foto 5, Aprile 1983, la forestina si è consolidata e incomincia ad assumere le sembianze di una scena naturale con il suo paesaggio.

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Rosa polyantha monpetit in vaso dal 1958. 1958, ottobre 2016.

Rosa polyantha monpetit in vaso dal 1958.
1958, ottobre 2016.

Nella primavera del 1958 acquistai questo rosaio in un mercato e lo trapiantai in un vaso di cotto. Da allora questa rosa polyantha è sempre stata coltivata in vaso, sostituendolo più volte nel corso dei decenni fino a meritarsi un vaso Bonsai dall’aspetto gradevole. Forse non potrà essere considerata un Bonsai questa rosa, poichè non mantiene l’impostazione della ramificazione vecchia per diversi anni, germogliando più facilmente alla base del ceppo. Il tronco principale, con i decenni di coltivazione è rimasto privo di vitalità, il rosaio continua comunque a germogliare e a fiorire. E qui lo ammiriamo in fioritura nel mese di ottobre 2016, dopo aver effettuato l’ennesimo rinvaso.

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Lonicera pileata rimossa dal giardino per farne un Bonsai.

Lonicera pileata rimossa dal giardino per farne un Bonsai.
Primo step eseguito il 23 settembre 2016.

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La Lonicera Pileata è un arbusto sempreverde di origine cinese, basso e frondoso, con foglie strette verde scuro e lucide.
Produce in tarda primavera piccolissimi fiori verde-gialli che, se vengono fecondati dalle api, danno luogo a delle bacche lucide blu-violacee di un bel effetto.
Questo arbusto di Lonicera mi fu donato alcuni anni fa da un amico di Sassuolo, e all’epoca lo trapiantai in piena terra sulla collina.
Saltuariamente veniva potato per ridurne le dimensioni, e poiché la base dell’arbusto si era fatta piuttosto interessante, in data odierna del 23 settembre 2016 ho deciso di estirparlo per farne un Bonsai.
Le radici si erano infiltrate in profondità, per cui ho dovuto fare uno scavo piuttosto profondo per liberare l’arbusto dalla piena terra.
In queste immagini del primo step seguiremo le lavorazioni fino al rinvaso in un contenitore provvisorio.
La drastica potatura sia alle radici sia alla parte aerea mi ha permesso di collocare la pianta in un vaso di modeste dimensioni. Ora non rimane che attendere la primavera per verificare la buona riuscita delle varie lavorazioni fino alla ripresa vegetativa.
Enjoy!

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Ginepro cinese nello stile Literati

Ginepro cinese da reinterpretare.
A cura di Armando e Haina Dal Col.

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Sabato dieci giugno l’amico Siro è venuto a trovarmi nella tarda mattinata con un suo amico, proponendomi uno scambio del suo ginepro cinese con un mio pino.
Viste le condizioni della pianta ho acconsentito lo scambio, poiché c’era ancora un buon margine per reinterpretare il ginepro, poiché le lavorazioni fatte dal precedente proprietario lasciavano abbastanza desiderare, in particolar modo sulla lavorazione delle parti morte che ritenevo di doverle modificare.
Così nel primo pomeriggio iniziai a modellare le parti morte della pianta e a studiarne la forma per realizzare un piacevole Bunjin.
Fortunatamente il ramo basso che avrebbe voluto eliminare, era stato lasciato libero di vegetare per aiutare a cicatrizzare le vene. Ed è proprio quel ramo che mi aveva convinto di accettare lo scambio.
L’applicazione del filo ai rametti esili lasciai il compito a mia moglie Haina, che terminò il giorno successivo.
La pianta dovrà sicuramente migliorare, ma intanto godiamoci alcune immagini del risultato del nostro lavoro. Enjoy!

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Chinese juniper to be reinterpreted.
Edited by Armando and Haina Dal Col.

Saturday, June 10 the Siro friend came to visit me in the late morning with his friend, he proposed an exchange of his Chinese juniper with my pine.
Given the conditions of the plant I agreed the exchange, since there was still a good margin to reinterpret the juniper, because the processing done by the previous owner left enough desire, particularly on the processing of dead parts that I thought of having to modify.
So in the afternoon I started to model the dead parts of the plant and to study its shape to create a pleasant Bunjin.
Fortunately, the low branch that wanted to eliminate, had been left free to grow to help heal the veins. And it is that branch who had convinced me to accept the exchange.
The application of the wire to the slender twigs left the task to my wife Haina, which ended the following day.
The plant will surely improve, but in the meantime let’s enjoy some of the images result of our work. Enjoy!

Pino silvestre modellato nello stile Bunjin dopo 25 anni dalla raccolta.

Pino silvestre modellato nello stile Bunjin dopo 25 anni dalla raccolta.

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Questo pino silvestre era stato raccolto insieme alla mia allieva Mercedes, durante una lezione con degli allievi per studiare il comportamento degli alberi in natura. La pianta cresceva in un anfratto roccioso, e per questioni di poca luce si era sviluppata sinuosa e sottile in cerca della luce. All’epoca aveva pochi rami concentrati verso la zona apicale, mentre nella parte bassa conservava dei monconi di rami seccatisi per mancanza di luce. Dissi a Mercedes che se la pianta dovesse attecchire sarebbe stata adatta per creare lo stile Bunjin che significa “Literati”.
A causa del mio trasferimento da Belluno a Tarzo, alcuni dei miei allievi del Bonsai Club Belluno si erano sentiti smarriti, senza la presenza del Maestro, timoniere del club, e per questo motivo persero l’interesse nella passione del Bonsai. Mercedes volle comunque conservare due piante che le ricordavano i momenti sereni delle lezioni fatte con me, mentre altre piante furono regalate o abbandonate a se stesse. Fortunatamente le due superstiti, un carpino bianco interrato e tuttora in buona salute, e questo pino silvestre ancora inserito nell’allora cassetta di polistirolo, lasciato semi abbandonato in un angolo del giardino per 20 anni, dandogli soltanto da bere saltuariamente.
Recentemente ci siamo rincontrati durante una sua visita nel mio giardino, e parlando dei vecchi tempi, Mercedes mi disse che aveva conservato ancora il pino silvestre raccolto 25 anni fa e che le sarebbe piaciuto se glielo avessi modellato nello stile Literati che tanto le piace come le dissi all’epoca dell’espianto. E fu così che in agosto ’16 Haina ed io andammo a casa loro per modellare la pianta.
Inutile dire che la dimostrazione tenutasi nel giardino di Mercedes e Orazio si è svolta in un clima festoso che ricordava i tempi passati. Anch’io amo particolarmente lo stile Literati, e quando le caratteristiche di una pianta sono tali da orientarla in questo stile mi sento particolarmente coinvolto, cercando di enfatizzare questo stile apparentemente facile, il quale invece esprime l’essenzialità della somma di tutti gli stili!
Il risultato raggiunto con il prezioso contributo di mia moglie Haina è stato davvero lusinghiero ed emozionante, e soprattutto lo è stato per Mercedes e suo marito Orazio. Ma ora lasciamo parlare le immagini di questa piacevole avventura, la quale dovrà essere necessariamente aggiornata nella prossima primavera quando il pino sarà rinvasato in un vaso bonsai adatto allo stile Bunjin. Enjoy!

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Faggio rosso con un figlio adottivo.

Storia di un faggio rosso con un carpino nato alla base.
Questo faggio rosso lo feci da seme e nacque nel 1986. Cresciuto abbastanza
decisi di trasferirlo in un vaso Bonsai molto basso. Negli anni successivi alla base della pianta nacque un carpino bianco, e così lo lasciai crescere in compagnia tenendolo però molto basso. Nel 2010 il faggio fu attaccato nella parte alta del tronco da chiazze ovali longitudinali di colore grigiastro, una crittogame patogena che progredendo crea delle fessurazioni sulla corteccia portando alla morte la zona colpita. Malgrado interventi massicci con fitofarmaci a largo spettro d’azione dovetti tagliare la parte del tronco colpita, trasferendo nel contempo la pianta in un “contenitore” con maggiore quantitativo di terriccio. La pianta negli anni successivi si mantenne sana generando nuova vegetazione che lasciai crescere indisturbata. Agli inizi del mese di giugno di quest’anno (2016) decisi di rimodellare il faggio e di contenere le dimensioni del carpino cresciuto eccessivamente. Naturalmente dovevo abbandonare l’idea di “Albericità” che aveva in precedenza, impostandolo in una forma ombrelliforme. Prima della modellatura praticai la defogliazione totale del faggio e quella parziale del carpino, il quale doveva apparire anche lui in una forma molto compatta. Dopo una ventina di giorni il faggio rosso si è coperto di nuova vegetazione dal colore tenue rosato. Ed ora vediamo alcune immagini di questa coppia di piante che convive insieme tranquillamente.

Foto 1, il faggio visto nel 2007 ripreso in una mia personale in piazza a Tarzo.

Faggio rosso con il carpino bianco alla base.

Faggio rosso con il carpino bianco alla base.

Foto 1

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Foto 12 Firma e Logo di Armando Dal Col

Foto 2, il faggio visto l’8 giugno 2016.
Foto 3, il faggio visto dal lato opposto.
Foto 4, potatura e defogliazione.
Foto 5, la zona apicale del faggio priva di interesse bonsai stico.
Foto 6, viene tolta una porzione di legno per creare conicità.
Foto 7, carpino e faggio modellati.
Foto 8, la pianta vista dal lato opposto.
Foto 9, due luglio 2016, il faggio si è vestito di un tenue colore rosa.
Foto 10, Il faggio visto da un’altra angolazione.
Foto 11, Haina fra i Bonsai ammira compiaciuta una ortensia amorevolmente curata dai tenui colori rosa lillacino.
Foto 12, il logo dei maestri Armando e Haina Dal Col.

1966 – 2016, 50 anni insieme con la mia Betulla fatta da seme.

1966 – 2016, 50 anni insieme con la mia Betulla fatta da seme.

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La storia di questa betulla fatta da seme nata nella primavera del 1966, inizia con la prima foto del febbraio del 1971, quando decisi di dargli una forma come la chioma di Medusa usando il filo di rame degli elettricisti. Forma sicuramente insolita per una betulla, poiché mi ero ispirato alla Sophora japonica tortuosa cui ero rimasto molto affascinato. Infatti, come le serpi della chioma di Medusa, la Sophora japonica intreccia i suoi rami contorti e tormentati. La Betulla a fine ottobre del 2013 è stata trasferita di nuovo in piena terra per trascorrere l’inverno indisturbata, ma durante la stagione del 2014 il tronco secondario era entrato in forte sofferenza fino a seccarsi. Ecco perché decisi di lasciarla ancora in piena terra con il vaso fino al mese di marzo del 2016, effettuando un nuovo rinvaso sostituendo il contenitore. Questa essenza ricordiamolo non è facile, ed è così che ad ogni primavera si rinnova una comprensibile ansia in attesa di rivedere la vita che pulsa dalle tenui gemme, fino a gonfiarsi per poi emettere le delicate foglioline.
La storia di questa betulla fatta da seme è nata nella primavera del 1966; la primavera del 2016 è già arrivata, e dopo fatto l’ennesimo rinvaso e atteso la ripresa vegetativa, ci siamo di nuovo immortalati insieme. Da quella lontana primavera del 1966 sono trascorsi 50 anni che condividiamo la vita in comune, quante primavere potremo trascorrere insieme prima che uno di noi due attraversi il fiume?

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Armando con la Betulla nel 1971

Betulla 1966-2016. 50 anni insieme

Betulla modellata come la Medusa ripresa nel 2013

Betulla modellata come la Medusa

Foto 1,Armando nel 1971

Foto 2,Betulla Medusa

Foto 3,Betulla nel 1991

Foto 4,Betulla nel 2001

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Foto 5,Betulla marzo 2011

Foto 5,Betulla nel 2011

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Foto 9,la betulla nel luglio 2011

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Larice abbarbicato sulla roccia nello stile Ishi-Zuki.

Larice abbarbicato sulla roccia nello stile Ishi-Zuki.

Esistono tre forme fondamentali di Bonsai su roccia: Ishi-Zuki, Insho Gata-Ishi e Sekijoju.
Lo stile Ishi Zuki simula uno scenario roccioso alpestre o marino, dove i venti e le acque plasmano sia le rocce che gli alberi, ma può rappresentare anche quieti paesaggi rocciosi.
In questo stile, il sistema radicale viene collocato nelle cavità della roccia stessa e poiché essa funge da contenitore è necessario farci stare il maggior quantitativo di terriccio possibile, poiché gli alberelli non andranno mai più rimossi.
E’ chiaro che la roccia prescelta deve avere “carattere” e movimento; questa, oltre a rappresentare uno scoglio, una montagna, un’isola, un litorale aspro e roccioso, una forma bizzarra o antropomorfa o un tronco bitorzoluto imponente, deve avere una dimensione adeguata per sostenere
una o più piante e che armonizzi con l’albero principale a cui è destinata.
La roccia come l’albero, ha una sua parte frontale che la rende particolarmente interessante, e così pure l’apice e gli altri lati che creino una
prospettiva tridimensionale. In ognuna di queste superfici di maggior interesse è preferibile evidenziare la nudità della roccia, lasciando ampie zone prive di vegetazione.
Pini, ginepri, larici, aceri, frassini, olmi, fichi, sono sicuramente gli alberi più adatti, ma molte altre sono le essenze usate negli stili su roccia.
Si potranno inserire in punti sparsi delle piantine secondarie, erbacee perenni adatte e vari tipi di muschi dai colori policromi in modo da formare un insieme armonioso e naturale.
Si procederà piantando l’albero principale già abbastanza formato, liberando le radici dal terriccio di coltivazione; la pianta deve avere un apparato radicale molto contenuto e forte. Prima di fissare definitivamente l’albero con il filo, va controllata la posizione considerando il fronte, la disposizione delle radici, l’inclinazione, la disposizione dei rami rispetto alla parete rocciosa, più altri elementi secondari, comunque facilmente modificabili.

La pianta presa in esame per questo ishi-zuki è un piccolo larice, mentre la pietra è pura dolomia che ben rappresenta un picco dolomitico.
Si è scelto un vaso basso ovale dove appoggiare la pietra, e poiché ha un aspetto verticale è stato necessario ancorarla per non farla cadere.
Questo ishi-zuki ebbe inizio il mese di ottobre del 2013, e con l’aiuto di mia moglie Haina l’abbiamo portato a termine.
Dopo un paio d’anni, lasciato libero di vegetare, in questi giorni di novembre l’ho ripreso per risistemare alcuni rametti, poiché nel frattempo si è ben consolidato sulla roccia.
Vediamo alcune immagini del primo step del 2013, ed altre nel 2015.
Buona visione da Armando e Haina.

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