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Giuseppe Monteleone intervista Armando Dal Col

L’intervista era di qualche anno fa per l’UBI (Unione Bonsaisti Italiani) e per Bonsai & Suiseki Magazine.
(Introduzione UBI) Salve amici, per questo primo appuntamento con le interviste del Notiziario, il nostro ospite è una persona che rappresenta un pezzo di storia del Bonsai in Italia. Armando Dal Col. Non credo che nel nostro Paese ci sia un solo bonsaista che non abbia almeno sentito parlare del Maestro, per cui a lui la parola e buona lettura.

Giuseppe Monteleone

(Introduzione BSM) Salve amici, questa intervista è un vero e proprio tuffo nella storia.
La storia del Bonsai nel nostro Paese.
Armando Dal Col è questo, una pietra miliare per tutti quelli che amano il bonsai, un termine di paragone e, permettetemi, un modello da imitare.
Persona modesta e sempre disponibile, ha il suo regno nel GIARDINO MUSEO BONSAI DELLA SERENITA’diventato meta imprescindibile per appassionati e semplici curiosi.
Inutile parlare delle sue piante, chi non le conosce? Un solo accenno va al suo Faggio Patriarca una delle più belle piante che si siano mai viste.
Ora, prima di cadere nella celebrazione del personaggio lascio la penna al Maestro.
Buona lettura.

Giuseppe Monteleone

1. Maestro, con un pò di emozione mi accingo all’intervista e mi rivolgo a te dandoti del tu. Inizio in maniera forse insolita chiedendoti che ne è del famoso pesco da frutto che fu l’inizio della tua e nostra storia.

Premetto che gli alberi da frutto nel periodo della fioritura il pesco con i suoi fiori rosa pastello era quello che mi emozionava di più, ed è per questo che scelsi in un vivaio nella lontana primavera del 1963 proprio un pesco e un Cotogno da fiore. Infatti, fui inebriato dai suoi fiori smaglianti dal colore rosso corallo!
Purtroppo non mi resi conto all’epoca delle enormi difficoltà che avrei incontrato nello scegliere proprio un pesco, soggetto com’è alle malattie come la “bolla del pesco”, la “gommosi” ed altre patologie. Ben diverso sarebbe stato se avessi scelto per esempio un melo, la cui fioritura è seconda solo al pesco con la sua gamma di colori bianco-rosati.
Ciò nonostante e senza nessunissima esperienza, il pesco è vissuto sempre in vaso per ben 34 anni, passando a miglior vita nell’autunno del 1997 a causa delle ife tumorali che si erano propagate in tutte le sue ramificazioni. Conservo comunque il pesco ed è esposto su delle mensole all’entrata del giardino fra alcuni dei miei trofei, poiché lo considero come una reliquia. Mentre il cotogno (Chaenomeles japonica), fortunatamente gode ancora ottima salute, e quest’anno alla Mostra-Congresso UBI 2012 ad ARCOBONSAI è stato esposto in uno spazio a me dedicato così, migliaia di persone l’hanno potuto ammirare.

Armando Dal Col con il pesco visto nel 1973.

Ecco il Pesco ripreso un anno prima che spirasse e poi la sua reliquia.

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E poi il Cotogno da fiore fotografato nel 2012.

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2. Leggendo di te mi hanno colpito i tuoi inizi, ti sei inventato “gli alberi in vaso” ignorando l’esistenza del bonsai dall’altra parte del mondo. Ci puoi raccontare come hai avuto questa intuizione?

Il mio approccio con il Bonsai era dovuto probabilmente al mio DNA per il mio carattere romantico; da ragazzo, infatti, mi piaceva ammirare gli alberi fioriti in primavera, ed allungando un braccio vedevo l’albero proiettarsi sul palmo della mia mano. E fu così che mi nacque l’idea di creare un albero in miniatura che potesse vivere in una ciotola da tenere fra le mani.

3. Fermo restando che le difficoltà incontrate da te, Giorgi, Franchi e gli altri, pochi, storici pionieri, siano ai più note, mi piacerebbe che ci raccontassi quello che è stato il nostro big bang, l’inizio di tutto a partire da quel famoso pesco. Cosa vi ha fatto superare tutti gli ostacoli che vi siete trovati di fronte, come avete fatto a non desistere?
Fortunatamente con la prima EUROFLORA di Genova del 1966 che viene riproposta ogni cinque anni, ebbi l’opportunità di leggere un articolo di questo grande evento. L’articolista annotava che fra le novità e le cose più interessanti da vedere c’erano degli alberi in miniatura coltivati nei vasi, esposti dai giapponesi, ma non geneticamente nani, bensì creati artisticamente dall’uomo! Quasi sobbalzai leggendo questa notizia, allora si può fare! -commentai fra me-, ma quando cominciai a chiedere in giro nessuno ne sapeva niente. E fu così che scrissi alla redazione della rivista per avere qualche spiegazione, ma la risposta fu deludente; infatti mi risposero che la tecnica applicata agli alberi in miniatura, con tutta probabilità, doveva trattarsi di una delle arti marziali!
E così dovetti “accontentarmi” -ancora una volta- ad osservare la natura per carpirne i suoi segreti nei suoi molteplici aspetti. Nel 1968 entrai in possesso di un piccolo manuale appena pubblicato dall’Edagricole: Bonsai pratico per principianti di Kenji Murata. Era la prima volta che conoscevo la parola Bonsai! Ma fu SOLO nel 1978 dopo aver letto un articolo sul Bonsai in una rivista di giardinaggio scritto da Carlo Oddone di Torino, che appresi dell’esistenza di altri appassionati, il quale ci invitava ad incontrarci. Mi misi subito in contatto e così andai a trovarlo a casa sua. Lui conosceva altre sei sette persone in Italia appassionate di Bonsai e, fra queste, Gianfranco Giorgi di Firenze che incontrai successivamente, e fu proprio grazie a Gianfranco col suo grande entusiasmo che mi coinvolse maggiormente, destando in me quella scintilla che ha fatto scattare il big bang . Infatti, per ben 18 anni sono stato completamente isolato senza conoscere nessuno che ne sapesse qualcosa, poichè il mio unico Grande Maestro è stato la NATURA!

4. Facciamo un salto di qualche decina d’anni, cosa ti piace e cosa non ti piace del bonsai odierno?
In questi decenni, il Bonsai italiano si è evoluto notevolmente grazie alla conoscenza, alla maggiore informazione e, soprattutto, alla scelta dei materiali di partenza. Come sono lontani quei tempi quando partivo anche dal seme. Oggi giorno, si notano dei Bonsai che sembra abbiano subito quasi tutti dei grossi traumi dovuti per lo più da “ipotetici colpi di fulmine” per ridurne le dimensioni. Ma, ahimè, dove sono finite le proporzioni dei rami rispetto alle dimensioni del tronco!?
5. Ti faccio una confessione, sfogliando le pagine del tuo sito sono rimasto ammirato dalla foto della tua betulla. Quattro decenni passati assieme, quattro decenni di cure quotidiane. Cosa si prova a condividere più di metà della propria vita a prendersi cura di una pianta?
La storia di questa betulla fatta da seme nata nella primavera del 1966, inizia ad essere documentata con la prima foto nel febbraio del 1971, quando decisi di dargli una forma ispirandomi alla Sophora japonica tortuosa. Purtroppo, la totale mancanza di informazioni sulle tecniche bonsaistiche, -se non quelle da me sperimentate-, non mi avevano aiutato a conoscere le esigenze della betulla che mal sopporta ad essere modellata e frequentemente potata grazie alla sua vigoria, abbandonando facilmente dei rami per ritiri di linfa. Ciò nonostante le difficoltà incontrate -e che incontro tuttora- è la consapevolezza di accettare questa disciplina del Bonsai che è calma ma severa, e vivere in armonia con le leggi della natura.

La betulla nel 1971 con Armando.

Armando sembra dialogare con la Betulla. E come non potrebbe essere dopo 45 anni di vita trascorsi insieme?

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La Betulla vista nel 2012 dopo i traumi di un inverno molto severo.

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6. Il tuo giardino museo bonsai della serenità è meta di migliaia di persone, a parte il naturale interesse degli appassionati, qual’è l’atteggiamento che hanno i semplici curiosi nei confronti delle tue piante?
Quello che percepisco nelle persone che visitano il mio giardino bonsai è il loro atteggiamento mentale in un totale “abbandono” dai problemi della vita; qui sembrano essere soggiogati dall’atmosfera rarefatta che emana il museo con i suoi Bonsai. I Bonsai, non semplicemente esposti, ma inglobati nel verde quasi fossero un tutt’uno; divengono così un luogo di riflessione, di meditazione, di ricreazione, di diletto. Ed è per questo che provano una grande serenità in presenza di queste piante.
Foto di visitatori “normali”.

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7. Torno all’Armando Dal Col pioniere. Che sensazioni provi nel pensare che il bonsai italiano deve a te una buona parte di quello che è oggi?

Armando con il cappello d’alpino.

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Mi piace pensare di lasciare una traccia della mia esistenza poiché la vita di un uomo è talmente effimera che scompare al primo soffio del vento. Per passare ai posteri ho SOLO la certezza del mio nome che resterà per quello che ho fatto, se qualcuno vorrà ricordarmi.

8. Armando, nei tuoi viaggi in Giappone, che influenza hai avuto dal mondo nipponico?

Sicuramente l’estrema cura dei giardini Bonsai giapponesi e quelli dei templi, tutti estremamente curati fino all’ossessione, dove ci si sente coinvolti in un’atmosfera rarefatta intrisa di filosofia Zen.

9. Compagna di vita e discepola, fondamentale sembra il ruolo di tua moglie Haina con la quale formate un binomio unico e di assoluto valore, ma poco si sa dei suoi inizi. Prima di conoscerti era già parte di questo mondo?
Nel mio primo viaggio nelle Filippine avvenuto nel dicembre del 1986 ero stato invitato da Serapion Metilla, sicuramente il leader del bonsai nelle Filippine. Dopo aver svolto alcune dimostrazioni fra i maggiori collezionisti, volli avventurarmi fra le isole dell’arcipelago come un semplice turista. Grazie alla guida di amici filippini incontrati lì, conobbi Haina dove fui il primo europeo a metterci i piedi nella sua isola. Mi colpì particolarmente la dignità di Lei e della sua famiglia pur essendo di una povertà assoluta. Haina saltuariamente lavorava a Manila facendo anche la guida turistica. Pur conoscendo i Bonsai non si era mai avvicinata, poiché prediligeva coltivare le orchidee. dal nostro breve incontro nacque una tenue amicizia che ci permise di frequentarci per un certo periodo e, in febbraio del 1987 nel giorno di S, Valentino ci sposammo a Manila. Werther Paccagnella che sicuramente molti di voi lo avranno conosciuto, anche se non visto (Fu anche Presidente dell’Associazione Italiana Bonsai), è stato un po’ il promotore del mio viaggio nelle Filippine, e quando seppe che mi sposai con una filippina espresse il desiderio di farmi da testimone di nozze, ed io ne fui immensamente grato. Giunti in Italia, Haina fu colpita dalla mia collezione di Bonsai e, a poco a poco se ne innamorò seguendomi nelle cure quotidiane, afferrando le varie tecniche da me usate. La mia fama incontrastata è cresciuta grazie anche -e soprattutto- alla preziosa collaborazione di Haina, divenuta discepola appassionata e silenziosa, dotata di un grande entusiasmo e di un intenso amore per la Natura.

Il nostro matrimonio nelle Filippine.

10. Innumerevoli sono i riconoscimenti avuti dalle maggiori associazioni mondiali, ma qual’è quella che ti ha dato maggiore soddisfazione?

Sicuramente i riconoscimenti avuti dalla Nippon Bonsai Association che è la massima autorità mondiale è molto importante, e così pure la profonda stima che colleghi e semplici amatori hanno nei miei confronti.

11. Ti capita spesso di essere membro di giurie, visti da dietro la “cattedra” come giudichi i bonsaisti italiani?

Vedo con particolare interesse che ci sono diversi giovani artisti degni di nota con i quali non esito confrontarmi. Purtroppo i ritmi frenetici di quest’ultima generazione che vuole tutto e subito fa dimenticare gli aspetti fondamentali che impone la disciplina del Bonsai.

12. Come frequentatore del nostro forum, ho spesso modo di apprezzare i tuoi interventi e sopratutto i suggerimenti ai meno esperti. A questo proposito ti chiedo quanta voglia di imparare dai più esperti vedi tra le nuove generazioni. Secondo te non c’è poca umiltà tra i neofiti?
Sicuramente molti di questi giovani “affilano gli artigli” per farsi strada fra di loro, dimenticando che non è sufficiente saper impostare bene una pianta. Ed è proprio in questo contesto che taluni “peccano” di umiltà.

13. Visto che hai attraversato tutti i cambiamenti dell’associazionismo in Italia, ti chiedo come giudichi l’attuale situazione. Quali le criticità e quali i punti di forza del sistema italiano?

L’associazionismo in Italia è sicuramente all’avanguardia rispetto a molti paesi nel mondo, solo che noi italiani “pecchiamo” troppo di individualismo ed è questo che ci danneggia. Uniti, penso che daremo del filo da torcere ai giapponesi stessi, poiché, anche se eccelsi nella loro arte, non tutti quelli che hanno gli occhi a mandorla ci possono oltraggiare. Ecco perché l’associazionismo legato ad una associazione sana che rappresenti l’Italia come la nostra amata UBI diventerebbe imbattibile.

14. Prima di chiudere una domanda d’obbligo, visto che hai lavorato con le essenze più disparate, ce n’è una che ti da una soddisfazione particolare?

Fra le conifere prediligo il larice poiché esprime le sensazioni di una caducifoglia, la quale muta il suo aspetto nel lento fluire delle stagioni. E poi come potrei non soffermarmi sul faggio, così potente da captare la vita che pulsa sui rami ancora spogli!

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15. Nel ringraziarti per il tempo che ci hai dedicato, ti chiedo un saluto per i nostri lettori.
Ringrazio prima di tutto Giuseppe Monteleone per l’intervista fattami, e ringrazio soprattutto l’amico Emilio Capozza presidente dell’UBI per aver avuto il pensiero di iniziare proprio con me la serie di interviste dei vari personaggi del Bonsai. Un mio pensiero lo dedico infine a tutti i lettori; e per la pazienza con cui leggeranno questa intervista dedico una mia breve poesia legata alla natura.
IL MIO RAPPORTO CON LA NATURA

E’ bello sentire
il vento addolcito
dai fiori dei verdi pascoli.
E come foglie, mi lascio cullare dal vento,
sgusciandomi dal mio essere materiale,
per recarmi ad un appuntamento nell’Azzurro.

Armando e Haina Dal Col ripresi in estate del 2016 all’entrata del loro
Giardino museo Bonsai della serenità.

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親方 Oyakata Bonsai Master Armando Dal Col
Giardino museo Bonsai della serenità
静けさの庭の盆栽美術館とハイナアルマンド・ダルコル
“SEI WA BONSAI EN” Armando e Haina Dal Col
TARZO (TV) 31020 Via Roma, 6 Italy
TEL. +39 0438 587265 Cell. 349 370 8802
www.armandodalcolseiwabonsaien.com
Mail: armando.haina.dalcol@gmail.com
Mail: hainadalcol@gmail.com
Youtube/facebook/messenger/whatsApp/skype/Google+/ /Armando Haina Dal Col

Attenzione! Avrei intenzione di alleggerire l’immensa collezione di Bonsai.

Armando Haina Dal Col
Attenzione!!! avrei intenzione di “alleggerire l’immensa collezione di Bonsai” per questioni di età avanzata e per sostenere le grandi spese di mantenimento dignitoso. Il ricavato andrà utilizzato per sostenere il “Giardino Museo Bonsai della serenità conosciuto in tutto il mondo, anche con il nome SEI WA BONSAI EN”. Non metto né foto né prezzi; chi fosse veramente interessato dovrebbe venire da me a Tarzo in provincia di Treviso. Per indicazioni inserisco il mio sito che potrete consultare per avere un’idea della collezione BONSAI che hanno fatto la STORIA del Bonsai in Italia:
www.armandodalcolseiwabonsaien.com

Serenità.

Apre con l’inizio di marzo il museo Bonsai della serenità.

Nel Giardino museo Bonsai della serenità dei maestri Armando e Haina Dal Col,
aleggia già nell’aria il primo vento primaverile, e nelle gemme che hanno lottato contro il gelo si cela tutta la primavera. Ed è così che negli spazi ricavati sulla collina e nell’area del giardino, aleggiano alcuni Bonsai classici e d’avanguardia, pronti per le importanti competizioni nazionali e internazionali. Quale occasione migliore per venire a visitare il museo Bonsai dal mese di marzo in poi?
Dal 2° weekend di marzo, i coniugi Dal Col terranno delle lezioni sulle tecniche Bonsai di qualsiasi livello a quanti vorranno partecipare, telefonando allo 0438 587265.
Le numerose specie presenti nel museo creano un effetto visibile di straordinaria bellezza, e in questo Tempio della Storia del Bonsai italiano, aleggiano alcuni campioni del mondo, come il famosissimo Faggio patriarca che nel 2017 ha compiuto la venerabile età di 242 anni! Sono momenti davvero magici intrisi di filosofia Zen, e i coniugi Dal Col sono ben lieti di condividerli con tutti gli appassionati di questa nobile Arte Orientale. Per visite guidate a Gruppi e Scolaresche è necessario prenotare telefonando allo 0438 587265.

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SUISEKI, ARTE O FILOSOFIA?

SUISEKI, ARTE O FILOSOFIA?
Le pietre testimoniano le bellezze della natura.

Suiseki Giano Bifronte in meditazione

Nato in Cina oltre 2000 anni fa, il Suiseki è una forma d’arte che si è “affacciata” in Italia solo da un paio di decenni prima della fine del secondo millennio, e così è avvenuto anche nel resto dell’Occidente. La raffigurazione del Suiseki rappresenta delle forme simboliche della natura.
Confesso che non ho una grande conoscenza della filosofia del Suiseki, pur essendomi interessato fin dal 1975 cercando di diffonderlo in Italia. Lo so che non esiste una sola verità, e di certo non voglio imporvi la mia; cercherò di coinvolgervi nella mia passione in punta di piedi, lasciando ad ognuno di voi la scelta d’accostarsi al fascino che le pietre suscitano. Non me ne vogliano i puristi del Suiseki per come li presento, li vedo e li sento a modo mio, e se vi ho portato fuori strada, vi prego di scusarmi.
La parola Suiseki è composta da due ideogrammi: Sui, che significa “acqua” e Seki che vuol dire “pietra”, e in origine la pietra veniva immersa in un vassoio senza i fori di drenaggio e dal colore che potesse richiamare l’acqua.
In seguito quest’uso venne meno, e si usò la sabbia fine e levigata per simboleggiare il liquido elemento che poteva simulare il mare, l’impetuoso torrente o il quieto lago. Attualmente per Suiseki si intende comunemente la pietra posta su un vassoio di ceramica (o di bronzo) molto basso e senza i fori di drenaggio che si chiama “Suiban”, oppure un supporto di legno o “Dai, Daiza”, modellato secondo il contorno della pietra stessa. Il vassoio Suiban o il supporto di legno per la pietra ha molte analogie con il vaso per il Bonsai, poiché entrambi rappresentano la continuità del paesaggio circostante del soggetto che vi viene posto.
Lo stesso Suiseki può cambiare “abito”, infatti, nelle calde giornate d’estate l’uomo e gli animali cercano di ripararsi all’ombra di un vecchio albero per godere della frescura, e così pure il Suiseki viene esposto in un Suiban contenente della sabbia fine, in quanto crea un’atmosfera più fresca. Viceversa, nel periodo invernale viene presentato nel Daiza, o base di legno, in quanto crea un ambiente più caldo.
La metafora appena descritta non è così assurda o fantasiosa come si potrebbe presumere: nel concetto, e nella parola stessa, Suiseki, è racchiuso un preciso simbolismo della filosofia Zen, simbolismo che fu un apporto giapponese a quest’arte.
Dopo circa seicento anni dalla sua nascita, infatti, il Suiseki fu importato in Giappone da alcuni monaci buddisti. E là dove in Cina le pietre-paesaggio erano soprattutto omaggio superstizioso a divinità piuttosto suscettibili, in Giappone divennero un ottimo strumento per divulgare le dottrine filosofiche del Buddismo Zen.
Acqua e pietra sono quindi rappresentazioni dei principi Yin e Yang, da cui tutto deriva e a cui tutto è riconducibile.
Yin è il principio femminile, e dunque l’acqua, e tutto ciò che è tenero, flessibile, umido, freddo, buio, ricettivo, concavo, interno e interiore.
Yang, principio maschile, è la pietra, e cioè calda, ruvida, solida, immutabile, solare, convessa, penetrante, esteriore. L’unione dei due princìpi è perfezione, eternità, divinità: tutto ciò a cui deve aspirare l’uomo saggio, e perciò è bene che gli sia ricordato che i simboli del Suiseki, con i quali peraltro può allenarsi alla meditazione, conducono alla ricerca interiore.
Ma per capire qualcosa in più del mondo ideale e idealizzato del Suiseki bisogna considerare che, a differenza del Bonsai, il materiale adoperato è assolutamente inerte, immutabile appunto, e che l’uomo non può e non deve in nessun modo intervenire sul “corpo” della pietra, ma solo sull’acqua (o sulla sua rappresentazione che è il piedistallo, meglio definito con il nome di “Daiza”). Infatti, l’unico intervento diretto sulla pietra può essere acconsentito solo nel taglio parziale di qualche spuntone roccioso presente sotto la base della pietra, questo per agevolare il lavoro della costruzione della base di legno, mentre la simulazione di cascate d’acqua, crepacci, valli devono essere fatti dalla natura, non dalla mano dell’uomo. E in questo piegarsi del legno alle linee della pietra sta il richiamo all’acqua che, per sua natura, si adatta appunto, in una sorta di abbraccio materno, alla solidità dell’elemento che vi viene posto. Così l’uomo, dovendo accontentarsi di cercare e trovare le pietre, pulirle dalle eventuali incrostazioni e sceglierne il lato migliore come futuro fronte, non dimentica la sua natura umile e imperfetta di fronte alla divinità, che è la vera artefice -e artista- del Suiseki.
Come per il Bonsai, comunque, anche qui esistono degli stili o meglio “chiavi di lettura” che ne regolano la forma con delle caratteristiche che ne rivelano il contenuto.
Gli stili o chiavi di lettura sono cinque; secondo il primo, la pietra deve chiamare alla memoria le sembianze di una montagna o un’isola. Il secondo è quello dello zoomorfismo o dell’antropomorfismo. Nel terzo la pietra ha una forma puramente astratta, particolarmente bella o curiosa. Il quarto comprende pietre composte da diversi minerali come il quarzo che può far apparire delle figure umane, o di animali, oppure dei fiori come la famosa “pietra crisantemo” o Kikkaseki presente in Giappone. Il quinto, raffigura semplicemente delle pietre colorate dalle forme interessanti.
Le quattro caratteristiche essenziali del Suiseki sono ancora espressione della filosofia Zen. Si tratta di Wabi, Sabi, Jugen e Shibui; con una traduzione inevitabilmente sommaria, – perché concetti filosofici sono sempre difficilmente trasportabili in altre lingue che non siano quella d’origine-. Potremmo definirli Modestia, Maturità, Mistero e Compostezza, ma anche Malinconia, Solitudine, Meditazione. Di queste qualità, almeno due devono essere presenti in un Suiseki per definirlo tale, secondo lo Zen. E di tutte, le più alte, preziose e desiderabili -nella pietra certo, ma naturalmente anche nell’uomo- sono la Modestia e la Maturità, che insieme danno una condizione (rara e insidiabile, perché vicina al mondo divino) che si potrebbe chiamare “profondità dello spirito”.

Foto 214, particolare del Ryoan-ji.

Il Tempio Ryoan-ji si trova a Kyoto, in Giappone e fu costruito nel 1450 secondo i codici della filosofia Zen dal famoso artista Soami.

Foto 218, storico Suiseki giapponese.

Storico Suiseki giapponese.
Questa pietra isola fa parte della storia del Suiseki in Giappone. Il vaso Suiban, molto antico, è appoggiato sopra un tavolino di ciliegio, e la pietra nera Palombino simula un’isola con l’altipiano, la quale “emerge” dalle acque del mare rappresentato dalla sabbia bianca.

Foto 220 A, storico Suiseki giapponese.

Pietra crisantemo o Kikkaseki giapponese.

Foto 217, Suiseki in un tempio cinese.

Cultura cinese, Suiseki in grandi vassoi di marmo.

Foto 220, Suiseki delle Dolomiti.

Foto 244, primo piano della montagna dolomitica.

Suiseki delle Dolomiti Bellunesi.
Veramente splendida questa pietra dolomitica che rappresenta il picco di una montagna.

Foto 221, Suiseki, culture a confronto.

Suiseki, culture a confronto.
La dama dell’800 ammira la pietra-paesaggio con una certa nobile ponderazione.
La pietra è qui presentata in un vassoio di bambù, riempito in parte con della sabbia di fiume.

Foto 222, montagna dei mari del nord.

Montagna dei mari del Nord.
La pietra è stata inserita in un Suiban ovale, e la posizione nel vaso rispetta le stesse regole come il Bonsai. La pietra ha un movimento dominante verso sinistra, per cui è stata posizionata nel vaso sul lato destro e in posizione decentrata.

Foto 227, Suiseki Giano Bifronte.

Suiseki, Giano Bifronte.
Anche questa pietra proveniente dalle Dolomiti Bellunesi fa parte del secondo stile, identificabile nel gruppo della chiave di lettura dello zoomorfismo e dell’antropomorfismo. Ed è curioso il fatto che la pietra abbia due fronti con una chiave di lettura facilmente identificabile.
Questo primo fronte può raffigurare un frate mentre prega o predica, ma io lo vedo meglio come Giano Bifronte, mitico re del Lazio, era figlio di Apollo e della Ninfa Creusa.

La Marmotta

Suiseki, la Marmotta, la faccia posteriore di Giano Bifronte.
E’ incredibile come una semplice pietra possa nascondere più facce. Infatti, il lato posteriore di questo Suiseki rivela le inconfondibili sembianze della simpatica Marmotta che, guardinga, osserva da dietro una roccia delle Dolomiti l’uomo che è entrato nel suo territorio.

Foto 230, Suiseki, montagna vista da lontano.

Foto 239, montagna dal fascino irresistibile.

Suiseki, montagna vista da lontano.
Questo Suiseki simula una montagna vista in lontananza con le sue ricche distese di vegetazione arborea. Ai confini del bosco misto, si espandono i verdi pascoli nella quiete pedemontana.

Foto 277, Suiseki, tempio pagoda.

Suiseki la Pagoda

Suiseki tempio pagoda.

Foto 283, Suiseki Boletus edulis.

Suiseki, “Boletus edulis” (fungo Porcino).
Da notare la straordinaria somiglianza di questa pietra con il buon fungo “Porcino”.

Foto 234, montagna del Colorado.

Montagna del Colorado.
In alcune aree del Colorado le montagne sembrano levigate dalle tormente di sabbia, assumendone anche la colorazione.

2, rifinitura del daiza

Tecnica nella costruzione del Daiza.

2015,il Faggio Patriarca ha compiuto 240 anni!

Anno 2015, il Faggio Patriarca di Armando Dal Col ha compiuto 240 anni!
Un invito alla popolazione a visitare il Giardino museo Bonsai della serenità ubicato nel centro storico di Tarzo dei maestri Dal Col.

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Questo è il famoso Faggio “Patriarca”, campione del mondo nel 1986 in Giappone, pluripremiato dalla Nippon Bonsai Association (NBA), la massima autorità mondiale del Bonsai.
Il Faggio proviene dalla provincia di Belluno dov’era cresciuto in mezzo a dei grossi massi, le cui condizioni di vita erano ridotte al limite estremo della sopravvivenza.
Attaccato dai cacciatori (il tronco verso l’apice della pianta era semi putrefatto a causa dei numerosi pallini da carabina che si erano conficcati nel legno).
Il faggio fu scoperto nel 1970; è stato potato drasticamente sul luogo di crescita per ridurne le dimensioni, ripulito dalle infestanti, nutrito e curato per ben 5 anni sul posto e, successivamente, espiantato dopo aver constatato una sua incredibile ripresa vegetativa.
Dal conteggio degli anelli di crescita annuale avvenuto nel 1975 all’epoca dell’espianto, il numero complessivo risultava di ben 200 anelli, e così nel 2015 il Faggio ha compiuto la veneranda età di 240 anni!
Il faggio, nel corso degli anni ha subìto diversi interventi: è stato ripulito, potato, scalpellato, innestato, legato con il filo e con i tiranti; ora è ritornato in vita, anzi alla vita stessa, conquistando la dignità di albero entrando a buon diritto nella storia del Bonsai in Italia, riconosciuto in tutto il mondo collocandolo fra i grandi capolavori dei Bonsai occidentali.

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Il Faggio ai vertici della classifica mondiale.

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il Faggio Patriarca  nel 2015 ha compiuto  240 anni (4)

Lo scrittore giornalista Mario Anton Orefice mi intervista.

http://corsadellanima.blogspot.it/2014/08/il-faggio-patriarca.html

martedì 19 agosto 2014
Il faggio Patriarca

Era un bambino quando allungava il braccio per indicare i ciliegi, i peri, i meli, i peschi in lontananza sulla collina. Per un’illusione prospettica sembrava che quegli alberi così piccoli crescessero sulla mano aperta verso il cielo. Le vacanze estive e pasquali dal nonno a Reseretta, a Tarzo, erano una continua scoperta: una nuova pianta, un insetto, un sentiero, una nuvola dalla forma strana.
Classe 1935, Armando Dal Col viveva a Longarone, dove mamma e papà avevano un negozio di frutta e verdura molto prima che l’ingegner Carlo Semenza progettasse la diga del Vajont. La tragedia andrà in scena alle 22.39 del 9 ottobre 1963. Quella sera Armando ritorna dalla Val Zoldana ed è diretto a Belluno dove abita con la famiglia e dove da qualche tempo per hobby coltiva degli alberi in miniatura. Passa a salutare i genitori intorno alle 21. La mamma lo invita a rimanere, è arrivata la sorella Silvana dalla Germania e c’è anche uno dei nipotini. È tardi, facciamo una di queste sere, non ti preoccupare, dice Armando, poi sale in macchina e riparte. Saprà il giorno dopo che sono tutti morti e ripenserà a quelle domeniche, quando con gli amici andavano a Erto e Casso, e i discorsi erano sempre gli stessi: Prima o poi il Toc viene giù, Se non è quest’anno è il prossimo.
I piccoli alberi diventano ancora più importanti e nel 1966, visitando la fiera Euroflora a Genova, scoprirà che il suo hobby è una delle discipline della filosofia zen, come il tiro con l’arco, la cerimonia del tè, la composizione di haiku, l’ikebana e le arti marziali.
Oggi Armando Dal Col è uno dei più importanti maestri bonsai in ambito internazionale: il debutto avviene nel 1986 quando con il suo faggio Patriarca lascia a bocca aperta la Nippon Bonsai Association che lo nomina “istruttore meritevole” e gli consegna il primo premio del concorso mondiale.
Lo aveva visto in una delle sue passeggiate nella foresta del Cansiglio: quel faggio, crivellato dai pallini dei cacciatori e schiacciato contro una roccia, stava morendo. Per cinque anni se ne prese cura, ogni tanto diceva: Vado a trovarlo, e la figlia meravigliata: Non è mica una persona!
A primavera tagliò la radice principale, quella che usciva dalla pietra e si infilava nel terreno: contò 200 anelli. L’anziano amico continuò a crescere con vigore finché un giorno … È difficile da spiegare, sentii che ero l’albero e l’albero era me. Anche il vaso in ceramica del Patriarca ha una storia particolare: il maestro vasaio della famiglia imperiale giapponese, visto il bonsai, predisse alla pianta un grande avvenire e pose tre condizioni per la creazione del vaso: nessun limite di tempo, di spesa, e nessuna interferenza sulla scelta della forma e del colore. Selezionò le argille più rare, pensò alla forma e alle sfumature, e infine lo modellò; il tempo della cottura fu di una settimana, di un mese quello del raffreddamento con fuoco d’erba; la consegna avvenne dopo tre anni.
Un pesco da frutto, una cidonia da fiore, una forsizia, un pino marittimo come sospinto da continue raffiche di vento, un nocciolo come spaccato dal fulmine, un boschetto di minilarici che sta in un abbraccio, e tanti altri piccoli alberi, più di cinquecento, vivono uno accanto all’altro nel Giardino della Serenità, in centro a Tarzo, poco distante dalla casa del nonno, a Reseretta. Armando e sua moglie Haina accolgono con un sorriso ospiti e allievi che arrivano da ogni parte del mondo. Accanto all’entrata, un pensiero: “Cerco il posto ideale dove indugiare, dove ascoltare il cinguettio degli uccelli e il rumore delle fronde scosse dal vento, dove cogliere l’essenza dello spirito del wabi-sabi: nulla dura, nulla è finito, nulla è perfetto.”
Pubblicato da Mario Anton Orefice a 09:09
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Creazione di un Tokonoma, o meglio di una “Alcova” per fotografare i Bonsai.

    Creazione di un Tokonoma, o meglio di una “Alcova” per fotografare i Bonsai.

 

 

 

Il  Tokonoma è un universo immaginario posto all’interno di una casa tradizionale giapponese situato nella stanza degli ospiti o,  comunque,  in un luogo riparato per godere della grandezza della Natura in forma di microcosmo.  Ma può anche essere considerato  un luogo di meditazione consacrato alla “spiritualità”.

Realizzare  un Tokonoma classico che possa “avvicinarsi” a quelli giapponesi non è così semplice in quanto le nostre abitazioni  non sono adatte, ed inoltre non si trovano facilmente tutti gli oggetti originali che lo compongono. Ho quindi cercato di “arrangiarmi” con materiali nostrani per realizzare una nicchia o meglio un’alcova che rispecchiasse almeno in parte le “sembianze” di un Tokonoma giapponese, prestando soprattutto l’attenzione sul colore dello sfondo che deve essere di una tonalità tenue, uniforme, e dal colore caldo. Quando si prepara un Bonsai per una mostra importante è bene verificarne l’effetto curando con attenzione gli elementi di accompagnamento. Ecco quindi che lo spazio espositivo nel tokonoma si rivela molto utile, in quanto si ha l’esatta prospettiva di come verrà esposto.

Nelle mostre tradizionali i tavoli o piani d’appoggio per i Bonsai hanno un’altezza media di 80 cm, in questo modo i visitatori possono ammirarli più facilmente. Infatti, nel tokonoma tradizionale giapponese il piano d’appoggio è appena rialzato dal pavimento, non superando l’altezza di 10/20 cm poiché gli ospiti sono seduti o inginocchiati per terra sopra un cuscino e così,  il Bonsai si trova ad altezza degli occhi.  Noi occidentali siamo abituati a rimanere seduti su una sedia attorno al tavolo del soggiorno, così possiamo ammirare le opere d’arte appese alle pareti, e se lo spazio ce lo consente sarà possibile realizzare una parete per costruirci un Tokonoma. Naturalmente per poter ammirare un Bonsai che occasionalmente lo potremo esporre all’interno, il piano d’appoggio potrà essere ad un’altezza utile per poterlo ammirare standosene tranquillamente seduti sul divano o in una poltrona.  Ed è per questo che il mio tokonoma ha il piano d’appoggio di 70 cm di altezza, così è possibile osservare il Bonsai nel punto focale più idoneo, e cioè il terzo inferiore dell’albero.

 

Ed ora qualche immagine sulla costruzione del tokonoma con l’aspetto finale.