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Faggio rosso con un figlio adottivo.

Storia di un faggio rosso con un carpino nato alla base.
Questo faggio rosso lo feci da seme e nacque nel 1986. Cresciuto abbastanza
decisi di trasferirlo in un vaso Bonsai molto basso. Negli anni successivi alla base della pianta nacque un carpino bianco, e così lo lasciai crescere in compagnia tenendolo però molto basso. Nel 2010 il faggio fu attaccato nella parte alta del tronco da chiazze ovali longitudinali di colore grigiastro, una crittogame patogena che progredendo crea delle fessurazioni sulla corteccia portando alla morte la zona colpita. Malgrado interventi massicci con fitofarmaci a largo spettro d’azione dovetti tagliare la parte del tronco colpita, trasferendo nel contempo la pianta in un “contenitore” con maggiore quantitativo di terriccio. La pianta negli anni successivi si mantenne sana generando nuova vegetazione che lasciai crescere indisturbata. Agli inizi del mese di giugno di quest’anno (2016) decisi di rimodellare il faggio e di contenere le dimensioni del carpino cresciuto eccessivamente. Naturalmente dovevo abbandonare l’idea di “Albericità” che aveva in precedenza, impostandolo in una forma ombrelliforme. Prima della modellatura praticai la defogliazione totale del faggio e quella parziale del carpino, il quale doveva apparire anche lui in una forma molto compatta. Dopo una ventina di giorni il faggio rosso si è coperto di nuova vegetazione dal colore tenue rosato. Ed ora vediamo alcune immagini di questa coppia di piante che convive insieme tranquillamente.

Foto 1, il faggio visto nel 2007 ripreso in una mia personale in piazza a Tarzo.

Faggio rosso con il carpino bianco alla base.

Faggio rosso con il carpino bianco alla base.

Foto 1

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Foto 12 Firma e Logo di Armando Dal Col

Foto 2, il faggio visto l’8 giugno 2016.
Foto 3, il faggio visto dal lato opposto.
Foto 4, potatura e defogliazione.
Foto 5, la zona apicale del faggio priva di interesse bonsai stico.
Foto 6, viene tolta una porzione di legno per creare conicità.
Foto 7, carpino e faggio modellati.
Foto 8, la pianta vista dal lato opposto.
Foto 9, due luglio 2016, il faggio si è vestito di un tenue colore rosa.
Foto 10, Il faggio visto da un’altra angolazione.
Foto 11, Haina fra i Bonsai ammira compiaciuta una ortensia amorevolmente curata dai tenui colori rosa lillacino.
Foto 12, il logo dei maestri Armando e Haina Dal Col.

1966 – 2016, 50 anni insieme con la mia Betulla fatta da seme.

1966 – 2016, 50 anni insieme con la mia Betulla fatta da seme.

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La storia di questa betulla fatta da seme nata nella primavera del 1966, inizia con la prima foto del febbraio del 1971, quando decisi di dargli una forma come la chioma di Medusa usando il filo di rame degli elettricisti. Forma sicuramente insolita per una betulla, poiché mi ero ispirato alla Sophora japonica tortuosa cui ero rimasto molto affascinato. Infatti, come le serpi della chioma di Medusa, la Sophora japonica intreccia i suoi rami contorti e tormentati. La Betulla a fine ottobre del 2013 è stata trasferita di nuovo in piena terra per trascorrere l’inverno indisturbata, ma durante la stagione del 2014 il tronco secondario era entrato in forte sofferenza fino a seccarsi. Ecco perché decisi di lasciarla ancora in piena terra con il vaso fino al mese di marzo del 2016, effettuando un nuovo rinvaso sostituendo il contenitore. Questa essenza ricordiamolo non è facile, ed è così che ad ogni primavera si rinnova una comprensibile ansia in attesa di rivedere la vita che pulsa dalle tenui gemme, fino a gonfiarsi per poi emettere le delicate foglioline.
La storia di questa betulla fatta da seme è nata nella primavera del 1966; la primavera del 2016 è già arrivata, e dopo fatto l’ennesimo rinvaso e atteso la ripresa vegetativa, ci siamo di nuovo immortalati insieme. Da quella lontana primavera del 1966 sono trascorsi 50 anni che condividiamo la vita in comune, quante primavere potremo trascorrere insieme prima che uno di noi due attraversi il fiume?

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Armando con la Betulla nel 1971

Betulla 1966-2016. 50 anni insieme

Betulla modellata come la Medusa ripresa nel 2013

Betulla modellata come la Medusa

Foto 1,Armando nel 1971

Foto 2,Betulla Medusa

Foto 3,Betulla nel 1991

Foto 4,Betulla nel 2001

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Foto 5,Betulla marzo 2011

Foto 5,Betulla nel 2011

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Foto 9,la betulla nel luglio 2011

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Larice abbarbicato sulla roccia nello stile Ishi-Zuki.

Larice abbarbicato sulla roccia nello stile Ishi-Zuki.

Esistono tre forme fondamentali di Bonsai su roccia: Ishi-Zuki, Insho Gata-Ishi e Sekijoju.
Lo stile Ishi Zuki simula uno scenario roccioso alpestre o marino, dove i venti e le acque plasmano sia le rocce che gli alberi, ma può rappresentare anche quieti paesaggi rocciosi.
In questo stile, il sistema radicale viene collocato nelle cavità della roccia stessa e poiché essa funge da contenitore è necessario farci stare il maggior quantitativo di terriccio possibile, poiché gli alberelli non andranno mai più rimossi.
E’ chiaro che la roccia prescelta deve avere “carattere” e movimento; questa, oltre a rappresentare uno scoglio, una montagna, un’isola, un litorale aspro e roccioso, una forma bizzarra o antropomorfa o un tronco bitorzoluto imponente, deve avere una dimensione adeguata per sostenere
una o più piante e che armonizzi con l’albero principale a cui è destinata.
La roccia come l’albero, ha una sua parte frontale che la rende particolarmente interessante, e così pure l’apice e gli altri lati che creino una
prospettiva tridimensionale. In ognuna di queste superfici di maggior interesse è preferibile evidenziare la nudità della roccia, lasciando ampie zone prive di vegetazione.
Pini, ginepri, larici, aceri, frassini, olmi, fichi, sono sicuramente gli alberi più adatti, ma molte altre sono le essenze usate negli stili su roccia.
Si potranno inserire in punti sparsi delle piantine secondarie, erbacee perenni adatte e vari tipi di muschi dai colori policromi in modo da formare un insieme armonioso e naturale.
Si procederà piantando l’albero principale già abbastanza formato, liberando le radici dal terriccio di coltivazione; la pianta deve avere un apparato radicale molto contenuto e forte. Prima di fissare definitivamente l’albero con il filo, va controllata la posizione considerando il fronte, la disposizione delle radici, l’inclinazione, la disposizione dei rami rispetto alla parete rocciosa, più altri elementi secondari, comunque facilmente modificabili.

La pianta presa in esame per questo ishi-zuki è un piccolo larice, mentre la pietra è pura dolomia che ben rappresenta un picco dolomitico.
Si è scelto un vaso basso ovale dove appoggiare la pietra, e poiché ha un aspetto verticale è stato necessario ancorarla per non farla cadere.
Questo ishi-zuki ebbe inizio il mese di ottobre del 2013, e con l’aiuto di mia moglie Haina l’abbiamo portato a termine.
Dopo un paio d’anni, lasciato libero di vegetare, in questi giorni di novembre l’ho ripreso per risistemare alcuni rametti, poiché nel frattempo si è ben consolidato sulla roccia.
Vediamo alcune immagini del primo step del 2013, ed altre nel 2015.
Buona visione da Armando e Haina.

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Pino mugo diviso in due mediante la separazione delle radici lavorato alla Giareda.

Pino mugo diviso in due mediante la separazione delle radici lavorato alla Giareda.
Testo e foto di Armando Dal Col

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (25)

Vale la pena riprendere questo post per seguirne l’evoluzione di uno dei due pini separati alla base della pianta madre, lavorato alla Giareda il 6 settembre 2015.
La storia di questo pino mugo è piuttosto recente, e quello che lo caratterizza sono le due forze opposte. Infatti, alla base del tronco sembra che si siano unite due piante, una con un unico tronco tendenzialmente prostrato munito di un palco terminale a “cuscino”, mentre l’altra si suddivide in più tronchi muovendosi in direzione opposta. Utilizzando tutta la pianta diventerebbe necessario selezionare dei rami per creare un Bonsai credibile ma anche contenuto, e questo farebbe cadere la scelta su una o l’altra direzione, sacrificando così dei rami importanti. L’idea nata fin dall’inizio era concentrata sulla possibilità di dividere il pino mugo alla base ottenendo due piante, e questo naturalmente senza pregiudicare la vita di entrambe. Ma le azioni da fare non sono così semplici come le idee, poiché dividere la pianta significa correre dei seri rischi per la sopravvivenza della stessa. Questo problema è stato affrontato anticipando il rinvaso del pino mugo prima che producesse troppe radici che avrebbero aumentato la difficoltà nel separarle. Infatti, dopo la rimozione della pianta dal grande vaso in cui era stato inserito due anni prima nel post espianto, Haina ed io ci siamo messi all’opera controllando meticolosamente l’apparato radicale e la sua possibilità nel dividere la pianta. Una grossa radice avvolgeva la base del ramo prostrato interessante, il quale era ancorato a sua volta con una robusta radice alla base dell’arbusto. Trepidanti e fiduciosi ci siamo messi all’opera per cercare di separare la pianta, ponendo la massima attenzione che entrambe fossero munite di sufficienti radici. E così avvenne!
Ed ora la parola alle immagini.

Pino mugo visto nel 2011, è stata parzialmente coperta la base della pianta per ridurre il quantitativo d’acqua a causa delle frequenti precipitazioni piovose.

Foto prima del rinvaso. Pino mugo fotografato in agosto del 2012 ad avvenuto attecchimento. Sono visibili dei robusti tiranti a vite per avvicinare due grossi rami.

Foto prima del rinvaso. La base del pino mugo offre la possibilità di dividere la pianta utilizzando due entità distinte.

Foto prima del rinvaso. La pianta vista nella sua interezza.
Foto 1. 15 aprile 2013, la pianta è stata svasata dal grande vaso che l’ospitava. Si notano delleradici sottili nella circonferenza perimetrale del substrato.

In questa immagine si ha la netta sensazione delle due forze opposte che esprime questo pino mugo.

L’immagine della pianta vista in questa angolazione non lascia dubbi, quale parte andrebbe rimossa tenendola integra?

La pianta madre si è “slegata” del figlio rimasto troppo a lungo avvinghiato. Ora è cresciuto sufficientemente per avere una vita autonoma.

La pianta è stata capovolta e appoggiata momentaneamente sul vaso per agevolare le infiltrazioni con ormoni fito radicanti, iniettati lungo l’asse della radice

Terminato il rinvaso, ho dovuto puntellare il tronco nella posizione desiderata. In questa immagine la contro conicità del tronco è assente, e questo sarà sicuramente il fronte più appropriato per il futuro Bonsai.

Ed ora alcune immagini della lavorazione del pino mugo che Haina ed io, abbiamo eseguito domenica 6 settembre alla Giareda di Reggio Emilia in occasione della mostra nazionale di Bonsai e Suiseki nella competizione Istruttori a confronto.
Enjoy

Mugo dal tronco doppio alla base (1)

Separazione delle radici del pino mugo (2)

Separazione delle radici del pino mugo (8)

Separazione delle radici del pino mugo (11)

Separazione delle radici del pino mugo (16)

Separazione delle radici del pino mugo (17)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (1)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (2)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (3)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (4)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (5)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (6)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (7)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (8)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (9)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (10)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (11)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (12)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (13)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (14)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (15)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (16)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (17)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (18)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (19)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (20)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (21)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (22)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (23)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (24)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (25)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (26)

Settembre 2015 dimostrazine alla Giareda di Reggio Emilia (27)

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Tecniche per una margotta su Acero Butterflay.

Tecniche per una margotta su Acero Butterflay mediante l’innesto.

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La particolarità di questo acero è rivolta particolarmente al suo fogliame variegato nelle varie tonalità, le cui foglie assumono le sembianze di graziose farfalle. La riproduzione di questo acero avviene principalmente per innesto, mentre per talea ha poco successo e così pure per margotta.
Come Bonsai lo si riscontra molto raramente fra i professionisti, ma poiché io sono una persona che ama “le sfide” desidero inserirlo nella mia collezione. E per questo ho usato una giovane piantina di acero fatto da seme per inserirlo nel ramo da margottare come fosse il “porta innesto”.

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Pino mugo dall’aspetto “intrigante” modellato domenica 7 settembre 2014 alla Giareda.

Pino mugo modellato a Reggio Emilia alla Giareda.

2014 demo alla Giareda del pino mugo (1)

2014 demo alla Giareda del pino mugo (19)

Non tutte le vecchie conifere hanno delle caratteristiche che attirano immediatamente la nostra attenzione, ma questo pino mugo ha un ramo apicale con una corteccia molto vecchia con jin e shari naturali e molto attraenti. Inoltre, la parte iniziale del tronco è piuttosto accattivante.
Questo pino mugo ha avuto un percorso riabilitativo durato alcuni anni, apportando delle tecniche specifiche che gli hanno permesso di migliorare il suo aspetto vegetativo, intervenendo nel contempo con dei successivi rinvasi che gli hanno permesso di creare un apparato radicale contenuto ricco di capillari attivi.
La pianta è pronta per essere modellata e, in occasione della mostra Bonsai del 6 e 7 settembre alla Giareda a Reggio Emilia, Haina ed io abbiamo modellato il pino mugo nel contesto “Istruttori a confronto”.
Ed ora rivediamo alcune immagini di questo pino mugo visto nel mese di luglio 2014. Seguiranno poi delle altre immagini riprese durante la lavorazione.

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Abete rosso chiamato “Trinità”.

Picea Abies, Abete rosso chiamato “Trinità”.

cellulare +39 349 370 8802 homephone +39 0438 587265

Abete rosso Trinità nel 1990

La storia di questo abete ebbe inizio nel 1990 quando, grazie ad un mio amico-allievo decidemmo di recuperarlo fra le rocce insieme al “suo”. Cresceva stentatamente vicino all’ altro abete più vecchio e bonsaisticamente più attraente già adocchiato e parzialmente potato dal mio amico Fabio, il quale “fremeva” per poterlo recuperare senza danni per favorirne l’attecchimento. E per questo fui invitato per raccoglierli insieme.
Non fu facile espiantarli entrambi cercando di recuperare il maggior numero di radici con molti capillari; il “mio” aveva l’apice completamente secco con un solo ramo vivo diviso in due, mentre alla base cresceva appressato un vecchio ginepro completamente morto e con una porzione del ceppo scheletrico che decisi di trattenere. Le piante furono trasferite separatamente in voluminose casse di legno adeguatamente preparate, praticando delle stimolazioni ormonali sulle radici e sulla parte aerea per favorirne l’attecchimento.
E così avvenne per entrambi gli abeti, ma dopo una decina di anni quello di Fabio morì. Fu un grande dispiacere per entrambi, fortunatamente il mio, malgrado i numerosi interventi effettuati negli anni continua a regalarmi emozioni.
Ma perché l’ho chiamato Trinità? Negli anni quando decisi di prolungare lo shari sul tronco fino alla base perché diritto e poco attraente, sembrava “dividere” la pianta e, con il residuo del ginepro alla base del tronco, otticamente sembrava di ammirare tre unità distinte. Per enfatizzare l’habitat, pensai di costruire un contenitore artigianale creando un aspetto paesaggistico più suggestivo.
Sfortunatamente non ho delle foto iniziali dell’abete, e l’unica che ho rintracciato risale nel 2000 che riprende l’abete in un pregevole vaso giapponese. La sua immagine è già accattivante, infatti possiamo ammirare il tronco parzialmente denudato fino alla base della pianta, dove si erge la parte scheletrica di un ginepro. Ed è proprio da questa immagine che diedi il nome all’abete rosso chiamandolo “Trinità”.
Nella sequenza successiva delle immagini, vediamo l’abete nel 2011 nel nuovo contenitore. Le due aree verdi appartenenti al ramo a forcella si sono infoltite notevolmente, creando delle masse vegetative “oltre misura”.
Ora l’abete necessitava di una nuova rimodellatura delle fronde. Forse non tutti sanno che l’abete tollera poco il rame, ed è per questo che io preferisco proteggere il filo con il nastro di carta adesivo, quello comunemente usato dai carrozzieri e dagli imbianchini. Così facendo, invece di proteggere i rami con la rafia proteggo il filo con la carta!
Questo mio sistema, -più volte osservato e ammirato durante le mie lavorazioni in pubblico- permette una lunga permanenza del filo sui rami rispetto a “quello nudo”.
Nella terza fase della sequenza delle immagini avvenuta nel mese di agosto di quest’anno 2014 durante la rimozione del filo e della riduzione delle fronde, abbiamo notato così che la permanenza del filo è stata di tre anni.
L’abete rosso è stato ripulito dei rametti esili eliminando anche gli aghi all’ascella dei rami e rametti; è stato concimato generosamente con fertilizzante organico ricco di Humus e di Acidi Umici, nebulizzato con fitofarmaci polivalenti, potando accuratamente anche il “paesaggio”.
Buona visione.

Abete rosso Trinità nel 1990

Rimodellatura dell'abete (1)

Rimodellatura dell'abete (2)

Rimodellatura dell'abete (3)

Rimodellatura dell'abete (4)

Rimodellatura dell'abete (5)

Rimodellatura dell'abete (6)

Rimodellatura dell'abete (7)

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LEZIONE SULLA MARGOTTA DINAMICA.

Tecniche sulla margotta “Dinamica”.

Ho interpretato così questo metodo nel fare una margotta inusuale chiamandola “margotta dinamica” per le tecniche usate.

Intendiamoci, non si discosta  molto nell’uso comune nel fare una margotta, poiché il fine ultimo è quello di ottenere una nuova pianta munita di molte radici. Semmai sono le tecniche usate che si differenziano parzialmente dal metodo comune.

Vediamo alcune immagini tradizionali  step by step su alcune piante.

 

 

Faggio nello stile ventoso, lo step finale

Faggio spazzato dal vento: lo step finale.
Fagus sylvatica; dopo 25 anni di coltivazione è stato modificato lo stile definitivo di questo faggio: Fukinagashi (ventoso, spazzato dal vento).

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Testo e foto di Armando Dal Col

Ciò che maggiormente colpisce lo stile ventoso è un Bonsai che potrebbe rappresentare in un albero un’indicazione di contro-equilibrio o di antigravità, a causa delle fronde mosse dal vento. Il Bonsai nello stile ventoso o “Fukinagashi” è senza dubbio una delle più drammatiche rappresentazioni della natura, è l’evocazione d’ambienti difficili dove regnano costanti i forti venti tipici delle coste scoscese, dove i tronchi degli alberi assumono forme arcuate, e così sono evidenti dei rami spezzati e parti denudate del tronco. E come non rimanere “turbati” nel vedere gli alberi piegarsi sotto l’infuriare dei violenti temporali estivi alimentati dai forti venti che possiamo tranquillamente vedere anche nelle città o nelle campagne. Infatti, sono proprio queste le occasioni che ci permettono di osservare gli alberi e specialmente le latifoglie sottoposte all’infuriare della tempesta. L’insieme dei rami con le voluminose fronde assumono un’unica direzione sospinti in continuazione da forti raffiche di vento in un movimento ondulatorio. E sono proprio le latifoglie rispetto alle conifere che trasmettono angosciosi momenti, ma anche “ammirazione” assistendo impotenti nostro malgrado alle forze della natura. Terminato il violento temporale, le latifoglie riassumono il loro aspetto naturale. Ecco perché non è facile mantenere visibile questo stile, specialmente quando una latifoglia è in piena vegetazione.
Ed ora passiamo alle immagini dello step finale nelle varie fasi del rinvaso nel nuovo contenitore, considerato più appropriato rispetto a quello precedente.

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Un Carpino bianco ottenuto da margotta modellato nello stile ventoso.

Carpino bianco

Carpino pianta madre  con margotte

Carpino pianta madre l'aspetto attuale

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SONY DSCUn Carpino bianco ottenuto da margotta modellato nello stile ventoso.
La storia di questo carpino iniziò dopo l’attecchimento consolidato della pianta madre che raccolsi una ventina di anni fa. E poiché aveva un ramo basso prostrato non lo tagliai subito poiché contribuiva ad aumentare le dimensioni del tronco della pianta madre. Questo ramo lo margottai dopo tre quattro anni dall’avvenuto attecchimento, producendo sufficienti radici dopo una stagione vegetativa. Nel frattempo la pianta madre sviluppò due rami apicali che margottai successivamente con successo.
L’evoluzione del “nostro” carpino in questione non fu delle migliori, in quanto dopo qualche anno fu trasferito in una pietra concava contenente poca terra tanto da permettergli di rimanere in vita sviluppandosi poco. Successivamente a causa di uno stress idrico prolungato la pianta entrò in sofferenza, così decisi di posizionarlo nella terra interrando parzialmente anche la pietra. A poco a poco si riprese grazie anche alle radichette che fuoriuscivano dai fori di drenaggio della pietra, sviluppando robuste radici e naturalmente nuova vegetazione che lasciai crescere quasi indisturbata per qualche anno.
Nella lezione di sabato 28 settembre (2013) con gli allievi Stefano e Alessandro introdussi anche questa pianta, coinvolgendo gli allievi nella lettura del carpino. Stefano per venire a lezione da me si fa bel seicento kilometri fra andata e ritorno, mentre Alessandro ne fa SOLO 180!
Quello che affascina l’arte del Bonsai sono le chiavi di lettura in una pianta, scoprire i suoi punti di forza, realizzando soprattutto un Bonsai credibile.
Ecco perché decisi di impostare la pianta nello stile ventoso dove sono evidenti dei rami spezzati e parti denudate del tronco. E come non rimanere “turbati” nel vedere gli alberi piegarsi sotto l’infuriare dei violenti temporali estivi alimentati dai forti venti. Infatti, sono proprio queste le occasioni che ci permettono di osservare gli alberi e specialmente le latifoglie sottoposte all’infuriare della tempesta. L’insieme dei rami con le voluminose fronde assumono un’unica direzione sospinti in continuazione da forti raffiche di vento in un movimento ondulatorio. E sono proprio le latifoglie rispetto alle conifere che trasmettono angosciosi momenti, ma anche “ammirazione” assistendo impotenti nostro malgrado alle forze della natura.
Nelle numerose immagini che seguiranno, vedremo le varie fasi di lavorazione del carpino. Ho desiderato inserire in primis tre foto iniziali di com’era il carpino “pianta madre” visto all’epoca della raccolta, il quale ci permette di vedere il ramo basso prostrato che diventerà il carpino dell’articolo dopo essere stato ottenuto da margotta. Nella seconda foto vedremo la pianta madre con due rami margottati, mentre nella terza vedremo la foto dell’evoluzione della pianta madre vista nell’aspetto attuale.
Ed ora la parola alle immagini, buona visione.